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24 nov 2017

Honne e Tatemae: i veri sentimenti dietro la maschera

L’intento di questo blog è diffondere la cultura giapponese. Ma non è mica un compito facile come si crede! Parlare di cultura è qualcosa di complesso e richiede una buona capacità di analisi e critica. Questo perché è facile incappare in stereotipi e credenze fasulle. Lo scopo che noi, come staff di Hanabi Temple, ci prefiggiamo è parlare del Giappone quanto più possibile senza filtri né pregiudizi, scavando con passione nella realtà delle cose e possibilmente presentando e approfondendo sia argomenti popolari che temi poco conosciuti.

È per questo e per gli sforzi che noi, così come i nostri colleghi che parlano o scrivono sul Giappone con cognizione di causa, facciamo per far conoscere questo Paese che ci indigniamo nel momento in cui appaiono elementi di risonanza che rendono vano il nostro scopo.

Shibuya Crossing, uno degli incroci più trafficati di Tokyo {via flickr}

Come molti già sapranno, proprio in questi giorni è esplosa la polemica intorno ad un certo video in cui due ragazzi italiani fanno “bella” mostra di sé in Giappone, con atteggiamenti spesso piuttosto irrispettosi. Incentrando il loro video su una comicità dalla risata facile, condita da espressioni colorite e sciocchi scherzi verso passanti, vengono meno a quella che dovrebbe essere la regola d'oro di ogni viaggio all'estero: essere educati e rispettosi verso la cultura "altra".
Mettiamo in chiaro una cosa: non siamo qui per giudicare il modo in cui queste persone gestiscono la propria immagine, poichè noi ci occupiamo di tutt'altro. Tuttavia, non ci è sembrato corretto nemmeno restare impassibili davanti a certi atteggiamenti, che erroneamente da molti (soprattutto giovanissimi) sono visti semplicemente come "goliardata innocua". Purtroppo, comportamenti del genere, che siano dettati da consapevolezza o innocenza, arrecano un danno enorme all'immagine che i Giapponesi hanno dei turisti stranieri, perché non fanno altro che confermare alcuni stereotipi e pregiudizi. Non è bello, insomma, essere il solito "popolo di cialtroni, chiassosi e maleducati".

E da qui arriviamo al nocciolo della questione, all'aspetto che, più di altri, ci preme analizzare. Osservando il video citato, si può notare come i giapponesi sembrino accettare le azioni dei due ragazzi, senza reagire e, anzi, in certi frangenti trovandole quasi divertenti.
Ma siamo sicuri sia proprio così?



Honne e tatemae: i veri sentimenti dietro la maschera
Esistono due concetti ampiamente radicati nella società giapponese, che fanno al caso nostro per spiegare le reazioni dei malcapitati che vengono importunati nel video: honne e tatemae. Il primo si riferisce ai veri sentimenti e desideri di una persona, che spesso vengono però tenuti nascosti; il secondo rappresenta pensieri e comportamenti che la società si aspetta in base alla posizione sociale della persona e alle circostanze in cui essa si trova.

Pensiero reale vs facciata {via sakurahouse.com}

Tatemae 建前, composto dai kanji 建 “costruzione” e 前 “davanti”, rappresenta quel muro invisibile che viene costruito mattone dopo mattone davanti a sé, e che persiste quando si entra in contatto con qualcuno. È la risposta che impone il buon costume davanti a una situazione estranea o che mette a disagio, come un turista maleducato che importuna i passanti gridando parole in lingua straniera. Un giapponese potrebbe apparire divertito, sorpreso o impassibile, e nella maggior parte dei casi forse non dirà nulla restando al gioco, ma questo non significa che i pensieri reali corrispondano a ciò che mostra.

Il significato letterale di honne 本音 è, invece, “vero” 本 “suono” 音. Quest'espressione ha un che di poetico, indica qualcosa legato alla sfera intima, a quelle cose che non possono essere dette a tutti quanti, ma solo ad una cerchia molto ristretta. L’imbarazzo, le convenzioni sociali o il timore di mettere l’interlocutore a disagio spingono a nascondere la vera natura.

Mascherare i propri veri sentimenti, però, oltre ad aiutare a venire fuori da situazioni imbarazzanti con diplomazia ed educazione, può portare anche a situazioni ambigue o a suscitare antipatia, soprattutto nella comunicazione con chi non è abituato a questa dualità tanto marcata, come nel caso di uno straniero che visita il Giappone per la prima volta.

Proviamo a spiegarlo con un esempio pratico. Vi trovate in un negozio e vi rivolgete al commesso chiedendo di uno specifico articolo. Egli, anzichè dirvi direttamente che ciò che vi serve non è più disponibile, cercherà nel database del computer o in magazzino, chiederà ai colleghi e si mostrerà imbarazzato utilizzando termini come “chotto” ちょっと (un po’) e “muzukashii” 難しい (è difficile/complicato), ma mai rispondendo negativamente.
Un altro tipico esempio che ci viene in mente è quando si cerca di combinare un appuntamento. Magari, sul momento di salutare un vostro conoscente giapponese, questi vi inviterà ad andarlo a trovare a casa sua, ma quando cercherete di combinare concretamente un appuntamento per rivedervi, con buone probabilità vi dirà che ha degli impegni da verificare, restando sul vago.

È importante scegliere con accuratezza come dire le cose {via japaninfo.com}

Questo significa quindi che i giapponesi sono tutti falsi? Agli occhi di chi non conosce la loro cultura l'impressione potrebbe essere questa, ma sarebbe una considerazione fuorviante. Molti di loro mantengono questa distinzione perché è il loro buon costume a imporlo, niente di più; d’altro canto, noi potremmo erroneamente sembrare loro rudi e troppo diretti in alcune situazioni, proprio perché le nostre norme sociali prevedono anche un approccio molto più aperto. Ovviamente stiamo facendo un discorso generico, perchè è difficile trovare una corrispondenza perfetta tra cultura ed effettivi comportamenti del singolo, che possono variare a seconda di persone e contesto. Non vogliamo nemmeno far passare il messaggio che "il popolo giapponese lo fa solamente per gentilezza", poichè in quanto esseri umani potrebbero tranquillamente essere mossi anche da profitto personale, piuttosto che insofferenza verso il prossimo o xenofobia. Tutto è possibile. In sostanza, però, possiamo dire che questo divario in generale non è questione di giusto o sbagliato: è semplicemente differenza culturale.

A volerla dire tutta, in realtà, sarebbe scorretto anche relegare questi due termini alla sola cultura giapponese. Non si può certo dire che non sappiamo cosa siano l’ambiguità o l’essere indiretti, giusto? Pensiamo a tutte le volte in cui, per fare una buona impressione, abbiamo alterato il nostro comportamento naturale: per esempio parlando con un docente, con il medico di famiglia o con il superiore sul posto di lavoro. Anche se, rispetto ai giapponesi, ci sentiamo più liberi di esprimerci apertamente, possediamo anche noi l’etichetta e la buona educazione che in certi contesti ci impongono di relazionarci mostrando rispetto, evitando di dire o fare cose che potrebbero sembrare fuori luogo o addirittura far soffrire l’altra persona.

{via flickr}

Il nostro dovere allora, in quanto osservatori esterni è quello di informarci sulla cultura di un Paese diverso dal nostro, senza applicare indistintamente il metro di giudizio che usiamo per la società che ci ha cresciuto. È una cosa che non riguarda solamente quanti hanno in mente di fermarsi a lungo in un posto, ma anche (e soprattutto) i turisti occasionali, che sono le persone che più di altre rischiano di alimentare un’immagine del loro Paese del cuore completamente errata.



Fonti:
An Introduction to Japanese Society, Yoshio Sugimoto, Cambridge University Press, 2014.
Questo articolo è stato redatto con la collaborazione di Junє e Yuki.
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